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27 Feb

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Leonard Cohen @ Lucca Summer Festival 2013

21 Lug

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Anche il cielo ha vissuto un tripudio d’attesa. Un temporale immediato e fugace qualche ora prima del concerto e poi la schiarita, come se nulla fosse successo, per apprezzare ancora di più la splendida serata in cui la Piazza Napoleone di Lucca stava per essere immersa.
Una serata di pura poesia, cullata dalla “voce d’oro” di uno dei più grandi cantautori di intere generazioni.
Davanti a me Leonard Cohen.
Sale sul palco con una classe che sprigiona grazia e bellezza d’animo. Si avvicina al microfono, prende tra le mani il suo immancabile borsalino e china il capo in segno di gratitudine e in segno di quella fiducia rassicurante di chi sta per condurre in un’esperienza mistica la grande folla che ha di fronte.
Un’esperienza mistica di puro scambio d’amore e di poesia tra lui, i suoi musicisti e gli ascoltatori.
Un’estasi durata più di tre ore, costituita da quattro tempi (un primo tempo, un secondo tempo e ben due bis), dove brani recenti si sono alternati ai grandi classici, il tutto impreziosito dalla maestria dei componenti della band che sono stati in grado di fare imperiali assoli senza distruggere quell’atmosfera surreale e di sospensione in cui ci ha condotto il cantautore.
In “Who by Fire”infatti, pezzo presente nell’ultimo album “Old Ideas” svolto durante il primo
tempo, Javier Mas fa un’introduzione di 4 minuti e mezzo di superba perdizione con il suo archilaud dove viene fuori l’influenza della terra d’origine spagnola del musicista, facendo aumentare la trepidazione d’attesa della voce di Leonard e implodere il pubblico in un sentito applauso alle prime note cantate.
Grande interpretazione inoltre, che ha fatto chiudere gli occhi e sognare l’intero pubblico, del brano “Alexandra Leaving” interpretato da Sharon Robinson, ormai storica compagna sul palco del cantautore.
Non sono mancati pezzi memorabili come “Dance me to the end of love”, pezzo d’apertura del concerto, la poetica e delicata “Suzenne”, “I’m your man”, The Partisan” e la storica “Hallelujah”.
Un totale di venticinque brani accompagnati da una band costituita da: Roscoe Beck ai bassi e ai cori, Neil Larsen alle tastiere, all’hammond e alla fisarmonica, Javier Mas alla chitarra, al laud, all’archilaud e alla bandurria, Rafael Gayol alla batteria e alle percussioni, Mitch Watkins alle chitarre, Alexandru Bublitchi al violino, Sharon Robinson ai cori e le Webb Sisters con Charley Webb ai cori, al clarinetto e alla chitarra, e Hattie Webb ai cori e all’arpa.

Tre ore e passa di un concerto che avrebbe potuto non finire mai, considerando la partecipazione dell’intero pubblico e l’assenza di tempo in cui eravamo immersi, una piazza dove l’aria estiva aveva il profumo di poesia di vita vissuta.
La vita vissuta di un settantanovenne che a fine concerto si è allontanato dal palco inscenando dei passi di danza con una grazia e una vitalità meravigliosi.
Il peso del tempo qui pulsa ancora di irrefrenabile desiderio e di un penetrante slancio del cuore.
Vivere nutrendosi di arte e di curiosità, ecco l’insegnamento che ho divorato in quelle ore, per mantenere l’animo vivo, lontano dagli sbadigli dell’età e dell’esperienza già fatta.
E ora sono io che prendo in mano il mio di cappello e chino il capo in segno di gratitudine per un cantautore che brilla di luce propria.

PhotoGallery – Leonard Cohen al Lucca Summer Festival –

Intervista ai Nuju

6 Giu
Circolo Quarto Stato.
18 Maggio 2013.
Davanti a me dei novelli Ulisse partiti dalla loro Itaca, immersi in una meravigliosa Odissea musicale e pronti a raccontarmi le loro surreali gesta.
 

 

 

1 – Il vostro nome è “Nuju”, quattro lettere e un suono molto diretto il cui significato è ben preciso. “Nuju” significa “nessuno” riprendendo il dialetto della bassa Calabria. Come mai questa scelta?

Marco: Noi siamo dei viaggiatori. Anni fa abbiamo lasciato la nostra terra, la Calabria, chi per studiare e chi per lavorare. Ci siamo sempre identificati col viaggio di Ulisse: chi viaggia come Ulisse, quando è a Itaca vuole scappare via, quando è fuori da Itaca vuole rientrare. Riconoscendoci fortemente in questo concetto, abbiamo deciso di chiamarci “Nessuno” in onore di questo eroe epico, e riprendendo il dialetto della bassa Calabria, abbiamo scelto di chiamarci“Nuju” in quanto suonava bene (nel dialetto dell’alta Calabria era “nuddu” e fonicamente non ci piaceva molto). Insieme a questo ci sono altri significati, quello più importante è quello della collettività, cioè “nuju” essendo nessuno, vuol dire che nessuno di noi è realmente nessuno, un po’ come Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”, tutti noi siamo uno, nessuno e centomila cose allo stesso tempo.

Licius: “Nessuno” sarebbe inoltre l’antitesi dell’individualismo sul quale è basata la società attuale, tutti quanti vogliono essere qualcuno, tutti vogliono andare in tv per farsi riconoscere. Viviamo in un individualismo imperante. Questa valenza del nome “nessuno” è proprio per andare contro alla voglia imperante di essere qualcuno a tutti i costi.

Fabrizio: Da un punto di vista musicale invece la scelta del nome significa il non avere bandiera e genere, vogliamo fare tutto e niente, nessuna presunzione di sbandierare un movimento, un genere musicale ben preciso, ma vogliamo fare tutto quello che ci viene in mente senza essere circoscritti a un genere particolare.

2 – Le copertine dei vostri tre dischi, se viste in sequenza, possono essere considerate come una sorta di stop-motion. La copertina del primo disco infatti rappresenta un omino funambolo, nel secondo lo stesso omino cade e dondola aggrappato al filo, mentre nel terzo si abbandona lanciandosi nel vuoto. Che messaggio metaforico sta dietro a questa scelta?

Fabrizio: Ci fa molto piacere che tu l’abbia notato. Abbiamo voluto realizzare una trilogia musicale e il quarto disco probabilmente potrebbe non c’entrare nulla con quello che è stato fatto finora. I tre dischi sono dei concept line, ossia ognuno ha una tematica ben precisa. Nel primo disco, dove c’è un funambolo che cammina in equilibrio, la tematica è la precarietà, nel secondo, “Atto Secondo”, la tematica è la frenesia, qui l’omino perde l’equilibrio, si corre cercando di starci dentro a tutti i costi, nel terzo disco, “Terzo Mondo”, mi è piaciuto come hai descritto l’omino che “si abbandona”, è un messaggio infatti che si presta a diverse interpretazioni, la tematica qui è l’indignazione. All’inizio del 2012 al telegiornale si impiccavano due o tre persone al giorno, a un certo punto hanno smesso di dirlo, ma non credo che la gente abbia smesso di impiccarsi. Indignazione è intesa anche come esasperazione che ti fa perdere la forza di restare attaccato al filo.

Per ridere in passato ci siamo detti che questo omino potrebbe riapparire magicamente con un palloncino che vola.

Marco: Noi siamo tutti dei trentenni che quando abbiamo iniziato a suonare insieme nel 2009 avevamo tante cose da dire, per questo abbiamo corso molto, abbiamo fatto tre dischi in tre anni. Abbiamo voluto esprimere quello che viviamo tutti i giorni. Se tu vai a vedere gli anni 2010, 2011, 2012, la precarietà, la frenesia e l’indignazione sono un po’ quello che c’era e c’è intorno a noi nella società e abbiamo cercato di raccontarlo non con tristezza o con eccessiva rabbia, ma con quella sana ironia che ci contraddistingue.

3 – Leggendo i vostri testi si scorge una forte ricercatezza. Quanto la letteratura è importante e fonte d’ispirazione per la vostra musica?

Licius: Sicuramente i riferimenti letterari sono molto radicati nell’inconscio, quello che noi però facciamo è di essere piuttosto presenti nel quotidiano.

Marco: Alcune volte nei nostri testi ci sono dei riferimenti non soltanto letterari, ma anche cinematografici. Spesso ci definiamo comico-drammatici come i film di Monicelli, oppure “Brutti, sporchi e cattivi” come i film di Ettore Scola, i film ci influenzano molto di più dei libri. Il riferimento però più forte è quello della letteratura che, come ha detto Licius, viviamo quotidianamente ogni giorno.

4 – Nella canzone “In assenza di gravità” trattate il tema della fuga dei giovani da un paese che sta diventando sempre più stagnante. Come vedete l’Italia attuale, sta diventando davvero un 3° Mondo?

Fabrizio: Noi una prima fuga l’abbiamo già fatta, la fuga dalla Calabria. È vero che se uno vuole realizzarsi, fare un percorso di studi, di formazione e poi trovare un lavoro nel settore inerente a quello che ha studiato, spesso gli tocca spostarsi perché qui in Italia non c’è la possibilità di trovare occupazione.

Marco: Noi abbiamo scelto di partire per studiare, di rimanere qualcuno l’ha scelto, qualcun altro è stato costretto,

5 – Ci sono dei cantautori particolari che hanno influenzato la nascita della vostra musica?

Marco: Quando abbiamo iniziato il nostro progetto musicale ci siamo detti che non avremmo mai dato nessun riferimento musicale alla nostra musica, però un nome che abbiamo sempre fatto è quello di Rino Gaetano per il discorso che lui non ha mai avuto un genere stabilito come cantautore, non era come Guccini o De Andrè che sapevi quello che facevano, ma poteva cambiare in ogni disco e ha cambiato quasi in ogni disco. La sua musica era impregnata di fervida ironia.

Licius: C’è da dire inoltre che ognuno di noi ascolta generi di musica molto diversi. Credo sia questo il trucco per creare una buona band, in furgone non ascoltiamo mai musica perché altrimenti finiremmo a tirarci i capelli tutti quanti.

6 – Nella canzone “Disegnerò” è presente questa frase: “E più si cresce, mi rincresce peggio per te se non credi alle mie favole”. Quanto è importante secondo voi riuscire a mantenere nel quotidiano quella visione immaginaria, incantata e fiabesca che, appunto, più si cresce e più si rischia di abbandonare?

Fabrizio: Siamo tutti dei ragazzi dentro, siamo tutti dei fanciulli e abbiamo l’animo giocoso.

Abbiamo un lavoro più o meno serio e delle grandi responsabilità, qualcuno di noi infatti è già papà, e queste son tutte cose che ci hanno fatto crescere. Il progetto “Nuju”, al di là di una necessità espressiva e artistica, è il contenitore dove ognuno ci mette del suo, è una dimensione che ci permette di conservarci giovani. Io lavoro con gli adolescenti e mi rendo conto ogni giorno di quanto sia importante non dimenticare di come siano le cose viste da piccoli, “noi siamo…”, come disse Freud, mi pare, “…il fanciullo che è in noi”.

Il problema è che crescendo l’uomo viene risucchiato dalla quotidianità del sistema e si fa sempre più fatica a meravigliarsi di ciò che ci sta attorno.

Marco: Credo che la chiave per mantenere viva questa meraviglia, sia la capacità di riuscire a stupirsi per qualsiasi cosa e guardare la quotidianità con uno sguardo costantemente nuovo.

“Allusioni” – Intervista a Gionata Mirai

3 Mar
25 Gennaio 2013.
Arci Bellezza.
È in locali come questi che apprezzi Milano.
Un palco, una stanza dalle luci soffuse che aspetta di essere ipnotizzata e un tavolino. Ci sediamo. Davanti a me Gionata Mirai.
Sottofondo musicale: Eddie Vedder.
 

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“Pizzicare le corde di una chitarra è per me ciò che per voi è mangiarvi le unghie”. Questa frase l’ha detta Leo Kottke. La sua musica è basata su un attacco vigoroso e dal sapore quasi ossessivo. Te lo nomino in quanto ho notato una forte analogia con la tua musica. C’è realmente una correlazione tra di voi?

Io adoro Leo Kottke. Lo adoro da quando ero bambino e ammiro il suo modo di pizzicare le corde della chitarra, ha una tecnica invidiabile fondata su un’attitudine percussiva e molto ritmica. Ho cominciato a suonare la dodici corde proprio grazie a lui. Lo ascoltavo da ragazzino dai 10 ai 15 anni, poi l’ho dimenticato e l’ho riscoperto ultimamente guardando dei suoi video su youtube (un video suo molto bello è dei primi anni ’70 e si intitola “Vaseline Machine Gun” dove c’è lui che fa questo pezzo davvero assurdo). Questa riscoperta mi ha fatto prendere consapevolezza che anche io, in qualche modo, potevo fare certe cose con una dodici corde ed è stato un piacere farle con questo maestro alle spalle. Sto lavorando per fare in modo che lui ascolti i miei lavori e per cercare, un giorno, di confrontarci proprio su questo. Lui ora è anziano, ha più di settant’anni, ma è ancora un musicista attivo ed è spesso in tour negli Stai Uniti. Io ho avuto la fortuna di vederlo tre volte qui in Italia: una a 10 anni, una a 16 e una a 20, mi portarono la prima volta i miei genitori e lo scoprii grazie a un amico di famiglia che spesso portava a casa nostra diversi e numerosi dischi di musica folk. Quando lo vidi suonare dal vivo ne rimasi folgorato.Leo Kottke è l’esempio di uno che parla attraverso le dita, e il modo in cui ti comunica è molto più importante di quello che sta dicendo in sè. Potrei andare a parlare ore di Leo Kottke, forse è meglio che mi fermi.

Cos’ha fatto scattare in te l’idea di creare una suite in cinque movimenti caratterizzata da una vena ipnotica in grado di creare atmosfere così semplici e immediate?

Il tutto è nato casualmente, è stato razionalizzato poi e, una volta razionalizzato, è stato ulteriormente sviluppato. Quando ho preso in mano la dodici corde non credevo di saper suonare così, me ne sono accorto quel giorno.Tecnicamente “Allusioni” è un arpeggio solo, protratto per mezz’ora. In questa mezz’ora ho cercato di approfondire tutte le possibilità su tale arpeggio e dare un senso circolare e organico a una cosa che, non avendo voce, e quindi priva di indicazioni di contenuto, doveva riuscire ugualmente a trasmettere concetti. Questo disco è una cornice di suoni dentro a cui l’ascoltatore va a mettere il proprio contenuto, va a riempire questa cornice. Se alla fine dell’ascolto del disco sei riuscito a pensare ad altro vuol dire che il disco ha funzionato, in quanto ti ha portato da qualche altra parte, vuol dire che il contenuto della cornice ce l’hai messo dentro te. Questa è la causa scatenante del lavoro in sè. Il disco è nato da un’idea parallela o sottostante alla canzone cantautorale e va a lavorare su livelli diversi di immaginazione e di approccio alla musica. Adesso ti prendo e ti porto a fare un giro, non so dove andiamo, non so come ci andiamo, ma so che ci andiamo, questo è. Quando abbiamo concluso il nostro giro, ti sei divertita? è successo qualcosa? Hai visto altro rispetto alla tua visione abituale? Se si, vuol dire che il giro ha avuto un senso, se in te non è successo niente allora il senso non l’ha avuto. Il mio obiettivo è far si che la mia musica abbia un senso. Quando suono cerco di sapere abbastanza bene quello che sto facendo da poter non pensare e andare anche io altrove, se poi questo avviene anche in chi mi sta ascoltando vuol dire che ha funzionato, e se uno si addormenta, va bene uguale, l’importante è che succeda qualcosa. In “Allusioni” le note si muovono tutte intorno a una nota principale, se tu grazie a questa concatenazione ti sei distratta e hai potuto pensare ad altro, per esempio anche solo a come potrebbe essere una mattina in un modo diverso da quello che realmente è, vuol dire che il disco ha funzionato

“Allusioni” è una suite di 24 minuti che penetra nella testa di chi ascolta in modo immediato. Ti fa vivere un viaggio quasi interrompendo lo scorrere fisiologico del tempo dentro di te. Qual è per te lo scopo della musica in generale? Credi che possa coincidere con questo?

Penso che lo scopo della musica oggi sia, al 99% delle volte, distrarti proprio da questa cosa ed evitare che tu abbia un rapporto con te stesso di un certo tipo. Oggi serve la canzonetta per farti parlare d’amore malamente e per farti dimenticare cosa sei tu e cosa è l’amore. Originariamente la musica nacque con un senso diverso, legato fortemente alla vita delle persone, che fosse la religione, la terra o il passaggio delle stagioni, adesso la musica è puro intrattenimento, è il togliere la tua attenzione sul tuo centro. Bisognerebbe riuscire a vivere la musica anche come un momento di presenza dentro a se stessi o dentro a quello che si sta ascoltando, che non è una cosa poi così immediata. La musica avrebbe un senso diverso se fai della musica per celebrare, per dare un senso a quello che vivi quotidianamente, è lì che assume reale valore. Se sei un operaio e lavori 12 ore al giorno per tutti i giorni della tua vita, quando arrivi a casa alla sera e ti ascolti gli Area, ti girano i coglioni in un modo che il giorno dopo se vuoi vai, prendi e spari al tuo capo in ufficio, questo però vuol dire che la musica ha assunto un ruolo diverso da quello che era in origine, non è giusto nei confronti della musica darle un ruolo di fuga dalla realtà, è sbagliato. La realtà dovrebbe essere molto più figa di quello che è e la musica dovrebbe essere molto più dentro alla realtà di ognuno di noi in ogni momento. In questo momento sto ascoltando Toni Bruna, è l’unico cantante che sono riuscito ad ascoltare negli ultimi due anni e mezzo. Lui è uno che sta raccontando la sua vita in termini che vanno bene per tutti, con un candore, una purezza, una semplicità e una superiorità rispetto al mercato musicale. Abbiamo suonato insieme dieci giorni fa a Torino, è passato a Torino per poi iniziare il tour in Francia e in Spagna. Lui è un falegname di Trieste ed ha una purezza formidabile nell’approcciarsi alle cose. Quando è uscito “Allusioni” ho fatto una data all’inizio del tour nel 2011 a Trieste ed era presente anche lui con la sua donna, lui è timidissimo, è stata infatti lei a lasciarmi il suo disco. Dopo quella data ho fatto trenta concerti per i fatti miei, tra cui una decina di date in Puglia e in Campania, durante quel viaggio ho attraversato il sud Italia percorrendo in macchina diversi km e ascoltandomi unicamente il suo disco, solo quello per circa sei ore in repeat. L’unica volta che mi è successa una cosa del genere è stato ascoltando “American V: A Hundred Highways” di Johnny Cash, lo so tutto a memoria quel disco, conosco ogni singola virgola. Capisci che finchè ti capita ascoltando Johnny Cash, che è dal ’51 che c’è e le cose belle in 50 anni ti arrivano è anche normale, ma se quel disco in macchina è di Toni Bruna, 34 anni e un disco che se l’è stampato per i cazzi suoi e io mi ritrovo a non ascoltare altro da circa sei mesi, vuol dire che mi ha fatto lo stesso effetto che mi ha fatto Johnny Cash e quindi che ha un certo spessore. Credo che il suo disco sia incredibile, racconta cose con la purezza di uno che non ha niente da perdere a raccontarle. Ha fatto un tour in America, cantando in triestino, dove ha ricevuto grandi ovazioni. La paranoia dell’inglese è una cosa nostra: di solito quando ascolti una canzone in inglese solitamente non capisci ogni singola parola di quello che viene cantato, la prima botta non sono mai le parole. E lui si è ritrovato a Los Angeles a cantare in triestino. Il suo album “Formigole” lo farà uscire un’etichetta di Milano verso Febbraio credo.

Guardando la tua biografia e i tuoi lavori, la prima parola che mi è venuta in mente è stata: Movimento. Quanto è importante per un artista restare costantemente immerso in un vortice di attività e movimento, senza venire divorato dalla passività e dalla noia del non-fare o della ripetizione?

E’ una bella domanda.

Credo che stia all’artista trovare un modo per non finire in questo vortice di noia. La noia può anche non essere il non fare niente, può essere il fare cose senza l’interesse di quello che stai facendo, piuttosto, per non finire mai in una situazione del genere, faccio la fame una settimana in più. Non voglio lavorare per forza nell’ambito musicale, piuttosto faccio altri lavori, perchè la musica è una cosa che ha a che fare con la passione e le emozioni di un certo tipo, per cui dover fare il musicista per dover campare è per me una tristezza. Ho fatto l’assicuratore nella vita quindi, non dico che “piuttosto faccio l’assicuratore”, però capisco cosa significa dover lavorare per dover lavorare e non voglio che la musica sia così.

Quando ho fatto “Allusioni”, dopo che ho visto video di Leo Kottke, sono stato per tre giorni zitto e fermo ad assorbire questa cosa che stava venendo. Avevo appena finito il tour di “A sangue freddo” con il Teatro degli Orrori, per cui non avevo niente da fare e non dovevo fare niente almeno per un mese. Questo “non fare niente” non è stato improduttivo, anzi, è stato estremamente attivo, mi ha permesso di innestare l’incipit di una base su cui si sarebbe sviluppato l’intero disco. Bisogna avere idee interessanti per poter uscire e lavorare, quello che è successo a me l’anno scorso è stata una cosa di questo tipo: un’idea interessante e molto semplice, con un certo costrutto sotto, che mi ha permesso di lavorare per qualche mese, anche se non è un lavoro, potrei fare molte più date e molti più soldi con “Allusioni”, ma non mi interessa in quanto non voglio trovarmi un giorni in cui ho un concerto senza avere la voglia di farlo, ma doverlo fare per quei 200-300 euro che mi arrivano, ripeto, faccio la fame una settimana in più.

Come consideri la cultura musicale in Italia?

La “Touch and go” era un’etichetta indipendente degli Stai Uniti che adesso ha chiuso da due o tre anni e hanno lavorato da fine anni ’80 fino a qualche anno fa, era un’etichetta fatta da musicisti, quindi non c’erano contratti scritti, non c’era la questione soldi. Funzionava con la seguente logica: io ho speso tot., ci guadagno 2 e il resto è tuo perchè sei l’artista ed è roba tua, questo concetto ha funzionato negli Stati Uniti per vent’anni e ci sono un sacco di etichette così, in Italia è quello che era all’inizio la Mescal che originariamente si chiamava Vox Pop e l’approccio che aveva è molto simile a quello dell’attuale Tempesta, un’etichetta fatta dai musicisti, da personeche suonano e capiscono tutti i tuoi problemi, e che vogliono spingerti per il gusto di farlo. I Tre Allegri Ragazzi Morti, che sono poi fondalmentalmente La Tempesta, non hanno il problema di dover guadagnare su di me o sul Teatro degli Orrori, di partenza potrebbero offrire servizi e chiedere soldi, insomma fare l’etichetta, ma siccome è gente che suona e sa cosa vuol dire, il senso da cui partono è: io ci metto due soldi, tu ci metti due soldi e facciamo questo disco, quando siamo rientrati dai soldi che abbiamo speso insieme, il resto è tuo perchè sei un musicista ed è giusto che sia tuo. La Tempesta è un’etichetta basata sul presupposto della non speculazione. Quando le cose le fai gratuitamente e hai passione, molto spesso queste cose vengon bene, perchè c’è l’amore dietro, se tu ci metti dentro il fatto che ci devi guadagnare, si sputtana come idea quel principio subito.

La Tempesta è costituita da gente che crede e che ha creduto nei progetti che fa senza dover per forza guadagnarci sopra. Il problema non è che son pochi quelli che hanno questo atteggiamento, ma son tanti quelli che non ce l’hanno. Con la Tempesta ha sempre funzionato così e in questo modo ha recuperato una serie di gruppi interessanti, ha fatto una serie di uscite interessanti e si permette di fare dei festival da sola, senza l’aiuto di nessuno. L’idea è quella che noi facciamo le cose perchè ci piace farle, non perchè si vuole diventare ricchi, e guarda a caso queste sono le cose che vengono meglio.

Sei felice delle scelte che hai fatto da inizio della tua carriera?

Di alcune no, ma della maggior parte si.

In certe occasioni avrei dovuto evitare di suonare e non accettare alcune situazioni, il fatto è che, finchè sei in un gruppetto indie e fai le cantine è facile fare i grossi, ma quando sei all’interno di una macchina che ha una struttura un pò più complicata diventa difficile dire no.

C’è da dire però che io sono uno abbastanza estremo per certi aspetti e avrei saltato un sacco di cose che forse è meglio che le abbia fatte.

 

(Un calice alzato per Leonardo e Marco che durante quest’intervista son stati dei degni compagni di condivisione, di chiacchiere e di rosso)

Intervista a Paolo Carù

20 Gen

Giovedì 10 Gennaio 2013 ore 11.
Una mattina dal sapore di folk americano e racconti di vita vissuta.
Di fronte a me la porta di un piccolo e storico negozio di dischi.“Carù Dischi”. La apro e mi ritrovo catapultata in un mondo tappezzato di copertine di vinili e impregnato di passione e cultura musicale allo stato puro.
Mi avvicino al bancone.
Paolo Carù davanti.
Guardando il negozio e guardando Paolo mi rendo subito conto che vi è una fortissima complementarietà, ogni disco, ogni album, ogni copertina presente là dentro non è un qualcosa di asettico posizionato sullo scaffale per essere venduto, ma è molto di più. È come se ogni album fosse una piccola cicatrice impressa in Paolo.
Egli ha fatto della musica la propria ragione di vita, spingendosi spesso anche oltre il confine nazionale per scovare artisti che il mondo aveva da offrire, tirandoli fuori da quel potenziale dimenticatoio in cui piombono spesso bravi artisti purtroppo rimasti sconosciuti.
Nel 1980 fonda la rivista Buscadero grazie alla quale nutre la sua sete di curiosità e conoscenza musicale.
Ora è davanti a me pronto per essere intervistato e per alimentare questa volta la mia sete di curiosità musicale sulla sua vita fieramente vissuta.

Ho letto diverse tue interviste e ho potuto notare che hai da sempre impostato il lavoro sul tuo gusto musicale piuttosto che su criteri incentrati sul mercato. In una società come quella di oggi credi sia ancora fattibile fare una scelta di questo tipo?

Assolutamente si.
Nonostante sia una scelta contro corrente, una scelta che magari dal punto di vista commerciale non rende, è l’unico modo per riuscire ad avere una certa esposizione a livello di giornale che lavori.
Noi lavoriamo per la nicchia, per gli appassionati, essendo noi stessi degli appassionati. Nel momento in cui proponiamo un disco è perché ci piace, non ci importa che sia famoso o che si possa vendere, capita che ci emozioniamo perché esce il nuovo disco di Terry Allen piuttosto che il disco di Sting. La nostra filosofia è questa, e non è solo la mia ma di tutto il gruppo con cui lavoro.
Questo mese abbiamo messo come disco del mese gli Arbouretum, un gruppo hard diventato ora un po’ più morbido. È stata una cosa assolutamente folle, in pratica abbiamo lanciato una sfida per i nostri lettori, in quanto si discosta da quello che solitamente ascoltano.
Bisogna azzardare nel fare cose innovative, evitando di proporre sempre nomi classici o nomi spesso commercialmente sicuri.
Noi siamo stati i primi a livello mondiale ad aver dato la copertina a Tracy Chapman nell”87 e i primi a livello mondiale ad aver dato la copertina a Norah Jones nel febbraio ’02. Abbiamo avuto i loro dischi in anticipo, ci son piaciuti e non ci interessava se fossero conosciuti o meno, ci piacevano e questo era quello che importava.
Ovviamente questa filosofia non è il massimo per le vendite, però va bene così, ormai esistiamo da più di trent’anni e abbiamo una gran bella nicchia che ci supporta e che si fida di noi.

In questo negozio di dischi avrai avuto contatto con svariati e diversificati gusti musicali. Che concezione hai della cultura musicale italiana e credi che col tempo sia cambiata assopendosi agli standard televisivi?

Per il grande pubblico purtroppo si.
Io scelgo cosa vedere e anche tu sicuramente farai lo stesso, ma molti non scelgono, molti subiscono passivamente quello che gli viene messo sotto gli occhi.
Purtroppo anche all’estero le televisioni non brillano, però, a differenza della situazione italiana, offrono una diversificazione. Prendi per esempio il David Letterman Show. È nato come una trasmissione nazional popolare, dove viene presentato di tutto, da Lady Gaga a Springsteen. È come una sorta di trampolino di lancio per chi non è nessuno e un trampolino assodato per chi ha una fama e un seguito.
Da noi non c’è una cosa del genere, da noi bisognerebbe piuttosto chiudere varie reti perché hanno causato un abbassamento mentale dei gusti della gente.
Per fortuna esiste internet che, per chi è un po’ sveglio, permette ormai di venire a conoscenza di moltissime informazioni. È l’oro e il ferro, con i suoi pro e i suoi contro: se cerchi puoi sapere tutto ma il più delle volte, essendo una cosa talmente piena di notizie, va a finire che nessuno approfondisce più.
Ci sono ovviamente anche persone che si interessano, a prescindere dai lettori di Buscadero o di riviste di settore, che hanno le proprie idee e i propri gusti, che vengono a cercare per esempio il disco dei Mumford & Sons e che cercano le novità di ogni genere.
Gente attiva musicalmente esiste, non siamo tutti ignoranti, per fortuna.

– Come dicevamo prima, lo sviluppo di internet ha influito molto sul modo di approcciarsi alla musica. Un tempo c’era meno informazione ma più approfondita di adesso. Con internet è come se si avesse una conoscenza di ogni cosa, ma solo superficialmente, avendo tutto a portata di mano, viene meno l’interesse di approfondire. Secondo te esiste un modo per ricreare questo interesse e riportare soprattutto le nuove generazioni verso una sana e solida cultura musicale?

Adesso c’è troppa informazione per cui non approfondisci, leggi velocemente e scorri via.
Negli anni ’60, quando ho iniziato a lavorare con mio padre, trovare le cose era veramente una scoperta perché non c’era informazione e quello che scoprivi te lo saresti ricordato a vita in quanto veniva letteralmente scolpito in testa.
L’aspetto positivo di internet è che ti permette di scoprire gruppi come possono essere i Crooked Brothers o chi per sé e di fare sapere l’esistenza dei loro dischi, prima non sarebbe stato possibile. Per esempio i 13th Floor Elevators, un gruppo psicadelico texano degli anni ’60 attivi dal ’66 al ’69, noi li abbiamo scoperti solo nel ’72, tutto questo perché non c’era informazione. Il materiale locale faceva fatica ad arrivare, o andavi in Texas e compravi il disco o avevi la fortuna di leggere un giornale texano, sempre se ne parlava, dato che la musica anche negli Stati Uniti, o come in altre parti, è molto regionalizzata, nel senso che se non sei un successo rimani locale.
Eppure questo è stato un gruppo che poi ha avuto una buona fama e l’abbiamo scoperto negli anni ’70 quando è uscito “Nuggets”, una compilation innovativa contenente singoli di gruppi per lo più allora sconosciuti.
La situazione oggi è differente, abbiamo molta informazione che però spesso non viene approfondita. Bisognerebbe fermarsi, ascoltare e capire se ciò che si ha davanti è bello o no, cosa che noi di Buscadero facciamo quotidianamente, quando tiriamo fuori un gruppo sconosciuto, ci fermiamo, lo ascoltiamo, lo valutiamo, alcune volte magari non vale niente, altre invece vale. Quasi tutti i giorni scoviamo qualcosa di nuovo.
Oggi esiste un mondo sotterraneo al di fuori dei giornali, al di fuori di internet stesso, al di fuori della stampa grossa o delle televisioni, bisognerebbe però riuscire a farla diventare ancora più grossa, e per fare ciò però dovrebbero intervenire i media al fine di creare delle nicchie di musica di un certo tipo.

– Tra le moltissime interviste che hai fatto a grandi artisti, qual è stata quella che ti ha emozionato maggiormente?

Anni fa ho intervistato Natalie Merchant quella dei 10,000 Maniacs. È stata una bellissima intervista, una persona davvero molto umana.
Un’altra intervista molto bella è stata quella a Ani di Franco nel Gennaio 2012. Abbiamo fatto un discorso su di lei, sulla politica e sulla musica, alla fine si è complimentata, succede ogni tanto, quando l’intervista va fuori l’intervista e diventa un dialogo, non dico amichevole, ma quasi.
Una volta mi hanno mandato a intervistare Tom Waits in California, è stata un’esperienza stupenda. Sono entrato in Santa Rosa, in un albergo dove c’erano delle stanze adibite per le varie interviste, appena sono entrato mi chiese se volessi un the e me lo fece, questa è una cosa che pochi al mondo possono dire di aver vissuto.
Lui è una persona gentilissima, ovviamente se lo incontri e gli chiedi un autografo magari non te lo fa, però professionalmente nell’intervista è stato assolutamente disponibile e
gentile, devi fare domande un po’ decenti, io gli feci una domanda che mi avevano dato dei colleghi, ma che non convinceva neanche me, gliela feci e subito dopo avergliela fatta, vidi la sua espressione e gli dissi: “scusa, non rispondere”. Un’altra bella la feci a Mark Knopfler che andai a intervistare in giornata a Londra, mi pare nel 2002, sono andato al mattino e son tornato alla sera, l’aereo mi costò 900 euro.

– Ci sono gruppi o cantautori attuali italiani a cui daresti particolare attenzione?

Sicuramente c’è un buon movimento e anche interessante.
Io sono legato principalmente a musica che ha dei connotati abbastanza stranieri, prendi per esempio Massimo Bubola secondo me è uno dei più bravi compositori italiani in assoluto.
Apprezzo molto anche i Cheep Wine, un ottimo gruppo rock di Pesaro.
Nel circuito milanese ci sono diversi cantanti interessanti, per esempio Pacifico non era male poi un po’ si è perso, proprio per dire un nome, comunque c’è fermento e questo è quello che importa.
Il problema è che dal culto locale a venire fuori è durissima. Anche negli Stati Uniti o in Inghilterra è dura, però lì a differenza dell’Italia, è leggermente più facile in quanto c’è un aggancio Stampa superiore. In Inghilterra infatti passi dall’anonimato alla notorietà spesso in modo molto immediato, per poi a volte ritornarci con la stessa repentinità.
Per esempio Jake Bugg, un ragazzino di 16-17 anni che ha fatto un disco e di cui ne stanno parlando tutti come il nuovo Dylan (con cui per me non c’entra nulla), ha avuto una campagna stampa mondiale, potrebbe avere la stessa notorietà di Dente, per fare un nome italiano a caso, che qui conosciamo in pochi, mentre di questo Jake Bugg ne parla tutto il mondo. Questo è dovuto all’importanza che gli inglesi danno al nuovo, che per certi versi può essere considerata una buona cosa, per altri invece questa propensione rischia di portare alla notorietà di tutto, a volte anche nomi terrificanti.

– Ultima domanda, sei felice delle scelte che hai fatto durante la tua vita?

Io sono convinto di quello che ho fatto, ho trovato una persona, mia moglie Anna, che mi segue in capo al mondo a vedere concerti, ed è bellissimo. Due anni fa siamo andati a vedere Tom Petty and the Heartbreakers a Darien Lake che sta a casa di Dio, vicino a Buffalo, in mezzo a niente, sono 100 Km in mezzo a un posto disperso. Insieme andiamo ovunque, è difficile trovare una donna che ti segua in queste cose e io sono stato davvero molto fortunato.

More info:

Dischi Carù:
Piazza Garibaldi 6
21013 – Gallarate (VA)
Telefono 039 0331 79.25.08
http://www.caru.com

Galleria

BudZillus – Facciamo Balkano @ Circolone di Legnano

2 Gen

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The Mama Bluegrass Band @Nidaba Theatre (15 Dicembre 2012)

21 Dic

Sabato 15 dicembre. Milano, zona Navigli. Via Gola, 12. È una di quelle sere dove il gelo ti si conficca nella testa e le dita delle mani fanno fatica a muoversi. Apro la porta del locale. Nidaba Theatre, prima volta. Rimango affascinata dal posto. Un locale dalle pareti che diffondono vita vissuta, tappezzate di locandine di grandi annate. Sul muro del palco primeggia quella di Tom Waits dagli occhi che guardano giù. Un giù dove ora sono riposti, in attesa di essere svegliati, gli strumenti del gruppo che sto per andare a intervistare. The Mama Bluegrass Band. Ci dirigiamo nello scantinato del locale. Ed ecco che la danza verbale ha inizio.

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– Già nel nome del vostro gruppo “the Mama Bluegrass Band” è possibile capire il genere che fate. Il bluegrass ha fondamentalmente quattro pilastri: il blues, il brother duet, la musica irlandese e il white gospel. Nella vostra musica primeggia particolarmente uno di questi quattro generi o vi sono presenti tutti in egual modo?

Francis: La cosa che ci piace del nostro gruppo è di non essere “straight”. Ognuno di noi infatti ascolta molteplici tipologie di musica, ognuno ha i propri gusti e questo si riflette molto sulla musica che facciamo. Tutte le nostre influenze musicali conducono al folk.

Marco: Non siamo dei seguaci di cultura unicamente bluegrass. Quando suoniamo sul palco vi è una miscellanea di influenze che arriva da mondi completamente diversi.

– Ho visto che nei vostri tre dischi riprendete canzoni diventate epocali di Johnny Cash e Pete Seeger, attualmente ci sono artisti secondo voi che meritano particolare attenzione?

Francis: Oggi abbiamo diversi validi artisti, come possono essere Ben Harper, Norah Jones, mi chiedo però se tra cinquant’anni ce ne ricorderemo come ci ricordiamo oggi dei Beatles o dei Rolling Stones. Abbiamo oggi tanti gruppi, ma sono tanti gruppi leggeri. Fondamentalmente è questo il problema. È anche bello però che ci sia sempre più gente che faccia musica.

Marco: C’è anche da dire però che molti gruppi vengono scoperti solo dopo. Negli anni ’70 erano in pochi a comprarsi un cd di Tom Waits, mentre adesso ce l’hanno in casa quasi tutti quelli che fanno musica. Le cose vengono spesso scoperte a distanza di vent’anni. Magari adesso c’è qualcuno che noi non conosciamo o che noi sottovalutiamo, e tra vent’anni verrà fuori che era un genio che ha cambiato la storia della musica. Rino Gaetano è stato sottovalutato fino a metà degli anni ’90 mentre ora è stato molto riconsiderato. Le cose vengono fuori dopo. L’importante è che ci sia fermento, che ci siano posti dove suonare, locali, musica nuova e dischi. Bisogna continuare a far crescere la musica. Bisognerebbe riuscire a creare un substrato di cultura musicale sul quale far crescere le giovani band. Altrimenti, senza una solida base, quello che ne viene fuori è un singolo che può far anche successo, ma che finirà sicuramente nel dimenticatoio.

– A proposito di “continuare a far crescere la musica”, in Italia secondo voi c’è un freno nei confronti della musica o, al contrario, sentite una propensione a incentivarla?

Davide: C’è una situazione che non funziona. A Milano, il Nidaba Theatre e altri due o tre locali organizzano spesso concerti interessanti, anche all“l’Una e trentacinque” a Cantù c’è spesso molto fermento, ma purtroppo questo tipo di locali li conti sulle dita di una mano. Quando vuoi sentire buona musica hai unicamente quei tre o quattro posti dove andare. In estate per fortuna quasi tutte le sere ci sono manifestazioni all’aperto, tendoni e feste, ma per tutto il resto dell’anno non c’è quasi nulla. È tutto da rifare.

– Il titolo del vostro primo disco “Beer, boots and cigarettes” fa venire in mente i precetti di una vita vissuta “on the road”. Avete mai fatto viaggi per scoprire la tradizione che cantate?

Davide: I veri viaggi sono quelli dei tour. Il “Beer Boots and Cigarettes” lo avverti quando devi viaggiare per un tot di chilometri insieme. Abbiamo fatto diversi tour (in Norvegia, nelle Marche etc.) ed è proprio in quelle occasioni che lo si sente. Alberto è il massimo rappresentante del “Beer, boots and cigarettes”, quando partiamo fuma, guida e fa dieci km con un litro di gasolio fumando infiniti pacchetti di Marlboro.

-Ho visto un vostro video su youtube che iniziava con una scena del film “Per qualche dollaro in più”. Quanto il cinema ha influenzato il genere di musica che fate?

Alberto:  Sicuramente ha influenzato, ma più che la musica che facciamo, ha influenzato lo stile di vita da cazzari che abbiamo. A volte si sale in macchina per andare a suonare e ci sembra di essere catapultati, all’improvviso, in un film di Tarantino.

Marco: …nelle migliori ipotesi è un film di Tarantino, in quelle più reali in uno di Bud Spancer o di Monicelli degli anni ’70.

Francis:  Siamo così attaccati a quello che ascoltiamo e a quello che vediamo che inevitabilmente tutto ciò diventa parte fondamentale del modo di comunicare tra di noi. Il cinema non influenza tanto la nostra musica, ma influenza il nostro legame. L’influenza sulle nostre canzoni dipende più che altro dai gusti musicali che ognuno di noi ha.

– Qual è il momento migliore della giornata per ascoltare la vostra musica?

Senza ombra di dubbio quando si è in viaggio.

– Ultima domanda: Siete “folk” anche nella vita quotidiana? Con “Essere folk” intendo il vivere una vita vissuta in toto.

Davide:  Credo che ogni genere di musica abbia delle influenze sul modo di vivere che si ha. Se, per esempio, suoni blues tendi ad avere una concezione della vita particolarmente triste, se invece sei folk, te ne fotti di tutte le avversità che si incontrano ogni giorno e ci ridi sopra, fai il liscio e te le fai scivolare via.